Incamminati in volo. Gli auguri di Luca Bolognini ai Maestri dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati

Incamminati in volo. Gli auguri di Luca Bolognini ai Maestri dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati

Roma, 31 dicembre 2021 / 1 gennaio 2022 – Auguri ai Maestri IIP per un 2022 d’innovazione e d’amore, di risveglio e di volo. “Maestro”, che parola, che titolo: sembra quasi una figura di cui vergognarsi o ridere, sopra i 10 anni di età, se non in certi eccezionali ambiti professionali (sport e musica, soprattutto). Difficilmente accettiamo maestri – soggetti etimologicamente “più grandi” di noi – sul lavoro, perché un maestro confermerebbe implicitamente il nostro essere piccoli e inadeguati, non autonomi, immaturi. Ne dipenderemmo umanamente e organizzativamente. Per apprendere, preferiamo seguire un tutorial on line: meno impegnativo, non richiede rapporto umano, lo puoi attivare anche di notte o a bordo di un treno, non occupa spazi emotivi e non giudica. Un maestro, invece, affatica e compromette; talvolta sconforta e sfida; vincola e obbliga; rimprovera e sprona; fissa limiti e traguardi. Eppure, è attraverso validi maestri che si può meglio evolvere, in un’arte o un mestiere. Perfino i sistemi informatici intelligenti, per imparare e accrescere la propria base di conoscenza, hanno ancora bisogno di maestri umani: che cos’è, in fondo, la supervised data annotation, se non puro ammaestramento?

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Servono davvero i maestri? Sono persuaso che il grado più o meno elevato di successo – per l’intera vita – di qualsiasi professionista si giochi principalmente nei primissimi anni di attività e apprendistato, e dipenda proprio dal maestro capitato in sorte: entrare nella “bottega” o nell’”accademia” giusta può essere determinante e fare la differenza. Un maestro condivide con gli allievi la quotidianità, non segrega conoscenza e competenza, e non occulta i rapporti con i clienti. Si fa vedere all’opera, al fronte della battaglia, nelle piccole e nelle grandi pratiche; svela segreti e mostra debolezza, arriva a litigare con i collaboratori, li prende sul serio, li critica e si fa criticare. Non li tratta come fantasmi da cui rubare idee, li valorizza e li responsabilizza, facendo loro comprendere le conseguenze di errori e sciatterie. Li detesta e ne è detestato, li adora e ne è adorato, li stima e ne è stimato, li accusa e ne è accusato, li difende e ne è difeso, a momenti alterni. Un maestro contagia l’allievo con tecnica regolare e genio irregolare, e condivide reti relazionali con altri colleghi, clienti, seguaci e alleati.

Un valido maestro è severo e rende consapevoli di non sapere. È dura seguirlo, e non basta essere solo tecnicamente bravi. Ci aiuta a disimparare e a sgrezzare, a dubitare delle nostre stolide certezze, a temere noi stessi. E ci osserva e colpisce integralmente, come persone vere con le loro fragilità e vulnerabilità, anche psichiche e morali. Un buon maestro è pure cattivo, nella sua tridimensionalità: sa dare esempi di virtù, come di debolezza. Un maestro può mostrare all’allievo gli sbagli, gli insuccessi, le paturnie, le frustrazioni e, perché no, anche le rivalità, gelosie e invidie che lo attanagliano e affaticano. Non solo sbagliando, ma vedendo sbagliare, s’impara.  In barba al paradigma della kalokagathìa classica, che imporrebbe di combinare insieme sempre e solo virtù, bellezza e bravura in un’unica personalità (artista, politico, filosofo, ecc.), il fatto è che in moltissimi casi sia i maestri sia gli allievi avevano e hanno difetti gravi, vizi invalidanti e profonde oscurità d’animo. La componente umana dell’instabilità emotiva andrebbe presa come un “mezzo di contrasto” inevitabile del percorso di apprendistato: essa impatta, in bene o in male, sull’equilibrio, sulle aspirazioni, sulle potenzialità, sulla durata, sulla quantità e sulla qualità delle prestazioni.

Il maestro sa anche che, naturalmente, un giorno avrà bisogno della protezione e del sostegno dei suoi allievi: non tanto perché questi lo avranno superato come da antica regola (più che di superamento, peraltro, parlerei di capacità di evoluzione e di conquista dei tempi futuri,  di “mondi” fino ai quali il vecchio maestro non può spingersi), quanto per solidarietà. La parabola fisica, intellettuale e professionale di chiunque è destinata a scendere, e avere cresciuto una generazione di buoni allievi può essere salvifico per il futuro della corrente, della scuola, della boutique.

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Adesso facciamo un salto nel passato. Nel rinascimento e fino, circa, alla metà del ‘600, le botteghe artistiche erano il fulcro della tradizione e dell’insegnamento: lì, i maestri tramandavano ai discepoli i segreti e le “magie” del mestiere. Nella storia dell’arte, vi sono state tante botteghe più o meno illustri, alcune delle quali richiamo nel mio nuovo libro “L’Arte della Privacy – Metafore sulla (non) conformità alle regole nell’era data-driven (Rubbettino, 2022): quella di Raffaello Sanzio, poi ereditata da Giulio Romano; quella dei Bellini nella quale si addestrarono immensi pittori come Tiziano e Giorgione; quella esclusivissima di Tiziano il quale, pare, cacciò via il ragazzino Tintoretto appena comprese che era un prodigio, e quindi un probabile, pericoloso concorrente in erba. Possiamo dire che, fino a quel momento, i giovani apprendisti artisti non erano abbandonati a se stessi.

Mi viene ora in mente un dipinto a olio di un Cupido non dormiente ma disteso e in procinto di alzarsi, attribuibile ad Annibale Carracci (forse un suo bozzetto per qualche affresco, adornato con una cornice meravigliosa che riporta questa esplicita attribuzione) sul quale sono “inciampato” anni fa, durante un’asta. Eros è ripreso di spalle, nudo, con le piccole ali su di un corpo cicciotto e infantile. Poggia adagiato su di una pelle di leone, simbolo iconografico dell’amore che sottomette la forza e perfino la più passionale delle belve. Si è appena risvegliato, probabilmente. Sarebbe intrigante dedicarci a “svolazzare” intorno al mito di Cupido, magari ragionando sul suo errore maldestro (si colpisce per sbaglio con una freccia il piede, innamorandosi di Psiche) e sulle sue peripezie, o ripercorrendo le storie degli amori degli Dei affrescate dai Carracci a Palazzo Farnese a Roma, ma non sarebbe questa la “pagina giusta”. Il Cupido ridestato carraccesco mi serve solo come pretesto, per parlare di maestri e allievi in un periodo storico di distanziamento e sfilacciamento delle relazioni (non il nostro, per digitale e pandemia, ma ogni analogia è lecita). È la fine del ‘500 e i legami tra maestri e allievi iniziano a farsi meno forti e intensi. A cavallo tra i due secoli, cinque e seicento, si assiste al fenomeno degli autodidatti, principianti pittori che – come vagabondi – cercano qua e là opere di grandi autori esposte nelle chiese e nei palazzi accessibili al pubblico, a Roma come in altre città d’arte, per imitarle e assorbirne stili e tecniche, in assenza di una guida da parte dei maestri. Gli apprendisti sono sempre più simili a quel Cupido, giovane, solitario e libero, disteso in un bosco. Con due piccole ali sulle spalle ma nessuno intorno.

Più o meno in parallelo all’inizio della decadenza educativa delle botteghe, sul finire del ‘500, nascono le accademie. Per esempio, proprio i Carracci, Ludovico e i suoi cugini Agostino e Annibale, fondano nel 1582 a Bologna l’Accademia dei Desiderosi, poi denominata degli Incamminati: che nomi suggestivi, a indicare la consapevolezza di essere solo all’inizio di un percorso, di volere tendere verso una destinazione che sarà ben dura da raggiungere. Nel caso dei Carracci, la sfida era quella di oltrepassare il manierismo legato alla triade Raffaello-Michelangelo-Leonardo, senza perderne il rigore ma superando l’idealizzazione dei soggetti con una rappresentazione più possibile fedele del “naturale”. Ai tratti somatici quasi sempre uguali e alle connotazioni quasi divine dei personaggi e dei paesaggi manieristi, si sostituiscono corpi, volti e paesaggi reali, pur nella ricerca della perfezione classicista e nella riproduzione di scene mitologiche o sacre. Un passo avanti innovativo e, per certi versi, scandaloso in quegli anni. Perché, dunque, nascono le accademie? Un po’ perché la dissolvenza delle botteghe aveva fatto sentire la mancanza dei maestri in carne, ossa e sentimenti, e quindi proprio per rispondere all’isolamento dispersivo dei principianti, orfani d’insegnanti e alla ricerca di esempi; un po’ perché i pittori rivendicavano di non essere considerati meri artigiani o tecnici (pur poliedrici e geniali), ma qualcosa di ben più nobile e a pari livello con poeti e musicisti: artisti. I tre Carracci avviano questa bella e impudente iniziativa, e realizzano il loro progetto. Nell’Accademia degli Incamminati s’imparava e si poteva farlo anche attraverso pratiche proibite altrove, dalla cultura-normativa religiosa imperante nella controriforma, quali i ritratti di modelli nudi.

Annibale Carracci – sepolto al Pantheon accanto a Raffaello – fu un esempio di maestro sincero e maledetto. Tra i suoi allievi, c’erano artisti del calibro di Guido Reni, Giovanni Lanfranco, Francesco Albani e Domenichino. Dopo l’epica impresa della Galleria di Palazzo Farnese, a Roma nel 1605, forse mortificato per il pagamento irrisorio ricevuto dal Cardinale Odoardo Farnese per questo lavoro di estremo peso – goccia che fece traboccare il vaso, evidentemente – cadde in profonda depressione. Si diede all’alcool e a una vita di abbandoni. Morì pochissimi anni dopo, nel 1609: si narra, a proposito di solidarietà, che i suoi allievi lo abbiano aiutato a completare numerosi lavori, stante la sua progressiva invalidità psichica e incapacità di sostenere gli impegni presi con gli ultimi committenti.

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Anche oggi, come quattro secoli orsono, fioriscono accademie (o academy, l’anglicismo è ormai d’uso comune) per dare un rifugio, degli strumenti (le ali) e dei maestri alle discipline nuove, ancora misconosciute, sottovalutate e senza fissa dimora (sperse nel bosco). Per sopperire alla distanza tra apprendisti e maestri e per occupare spazi innovativi e selvatici, trascurati dalla lentezza burocratica delle istituzioni universitarie classiche. Pensate ai colossi del web, che hanno avviato negli ultimi dieci anni le proprie accademie internazionali per formare i talenti di cui essi stessi avranno assolutamente bisogno per svilupparsi e reinventarsi in futuro: lo hanno fatto Google, Meta e altri giganti. Le gerarchie difendono i titoli con il valore legale e formale, cioè in grado di rappresentare il sedimentato ufficiale, lo status quo dell’arte e della tecnica: mentre gli innovatori rompono il ghiaccio senza legal-formalismi.

A proposito di titoli: “maestro” è un titolo bellissimo (e non ridicolo né vergognoso, come provocavo all’inizio di questa breve riflessione); un titolo senza alcun valore legale in molti campi, ma che può apprezzarsi e splendere come un diamante, quando siamo in grado di onorarlo. “Maestro” è straordinario: indica qualcuno che eccelle davvero in qualche disciplina, che sa insegnarla trasferendone i sì, i no e i forse, che accetta, in prospettiva, di essere superato dagli allievi. C’è qualcosa di più nobile, da associare come significato a un mestiere? Non credo. Quando decidemmo, nel 2019, di chiamare così il principale corso dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati (“Corso Maestro della Protezione dei Dati & Data Protection Designer”), donato gratuitamente alla comunità dei cultori della materia italiani, molti ne ridacchiarono sui social e in certi ambienti ammuffiti o banalmente conformisti. Taluni, ottusamente, benpensarono a una grossolana traduzione del termine “Master”. Poi, piano piano, con il favore del tempo, delle autorevoli testimonianze, dell’eccellenza dei docenti e della fatica degli allievi, lo scandaloso Corso “Maestro” è stato accettato e apprezzato anche dalle retrovie. Per parafrasare Mazzini, nella sua lettera agli scontenti, abbiamo cercato di sparigliare la retroguardia, aggregando l’avanguardia.

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Eccomi di ritorno, quindi, agli auguri per l’anno che verrà. Sono passati oltre 400 anni da quel bozzetto, sopravvissuto a pandemie, guerre, regimi, vicende storiche e famigliari. Cupido è immaturo come un bambino. Ha schiena forte ma due ali da colombo. Guarda l’orizzonte e il cielo, in quel dipinto carraccesco; non è addormentato, non ci comunica la pace dei sensi o lo spegnimento delle passioni. Non è arreso e, se sogna, lo sta facendo a occhi aperti. Anzi, forse complice il ribollire del sangue e della maestria di Annibale, ci trasmette il senso di un risveglio e di un desiderio di ripartenza. Cupido sta per alzarsi e incamminarsi, dopo un lungo, distanziato e solitario riposo. Tornerà a mettersi in viaggio, a colpirci da remoto per avvicinarci in presenza, a farci innamorare e a innamorarsi lui stesso di altre persone, idee, materie, cose, progetti, concetti. Lo farà senza pudore, da innocente e colpevole innovatore qual è. Lo farà bendato e spesso per caso, combinando insieme opposti e differenze, incrociando essenze e discipline lontane. Lo farà con padronanza e precisione, tirando e conficcando frecce dal suo arco, come un vero specialista. Lo farà da Maestro. Auguriamoci di essere come Cupido nel 2022. Desiderosi. Volitivi. Incamminati, sì, però in volo.

Luca Bolognini